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domenica 20 luglio 2014

SERVIO TULLIO - VI° Re di Roma... e lo "Schiavetto Dormiente"

SERVIO TULLIO - VI° Re di Roma....  e lo Schiavetto Dormiente
Lo schiavetto dormiente!… Si chiamava Servio Tullio e sarebbe diventato il VI° Re di Roma, ma per il momento era solo un fanciullo addormentato accanto alla fiamma di un focolare nella reggia di Tarquinio Prisco, Re di Roma. Quand’ecco uno straordinario prodigio, così come ce lo riferisce lo storico Tito Livio:
“… un prodigio che fu veramente meraviglioso sia a vedersi che per gli effetti che ebbe…”
Di che cosa si trattava?
Intorno al capo del fanciullo addormentato erano venute a crepitare, d’improvviso, le fiamme del focolare.
Richiamati dal trambusto, il Re e la Regina, Tarquinio Prisco e Tanaquilla, ne rimasero assai impressionati. Ad un servo accorso con dell’acqua per spegnere le fiamme, la Regina ordinò di non farlo, essendo, quello, un chiaro segno degli Dei. Attesero che il fanciullo si svegliasse e quando questo accadde, come per incanto, le fiamme si spensero.
“E’ un chiaro segno degli Dei!” continuava a ripetere la Regina.
Tanaquilla convinse il Re ad adottare quel bambino, chiaramente sotto la protezione divina, la cui presenza a corte, disse, avrebbe sicuramente guidato la benevolenza degli Dei anche sulla reggia e la città tutta. Senza trascurare il fatto, fece osservare ancora la Regina, che quel fanciullo, se pur schiavo era di stirpe reale, poiché sua madre era Ocrisia, principessa dei Cornicoli, popolazione latina assoggettata a Roma.
Questa storiella, la regina Tanaquill la tirò fuori, come un coniglio dal cilindro di un moderno preestigiatore, quando propose al Senato ed al popolo romano la candidatura di Servio Tullio, ormai adulto, a “Reggente”, in attesa che i nipoti del Re, appena morto per mano assassina, fossero cresciuti. Nessuno, insisté la Regina, donna ambiziosa e dalle infinite risorse, avrebbe potuto ricoprire più degnamente quel delicatissimo ruolo.
Se ciò non fosse bastato per convincere anche i più indecisi, la Regina aveva già, bella e pronta, un’altra storiella: le circostanze ancor più prodigiose in cui il fanciullo era giunto a questo mondo. La principessa Acrisia, sua madre, riferì Regina, era stata fecondata, ancora vergine, dal Dio-Ignis in persona che, sotto le sembianze di membro maschile, s’era staccato dal Focolare Sacro della Reggia e l’aveva avvolta in una spirale di fuoco.
Riuscì Tanaquilla convincere il Senato?
Ci riuscì e Servio Tullio, ormai adulto e sposato ad una delle sue figlie, assunse la carica di Reggente… non prima di aver promesso solennemente alla “etrusca di ferro” che non le avrebbe giocato alcun tiro mancino e che al momento giusto si sarebbe fatto da parte.
Servio Tullio, però, non aveva affatto intenzione di abdicare. E non lo fece mai e diversi anni più tardi divenne, a furor di popolo, il VI° Re di Roma.
Quando si parla di Re di Roma, comunemente si tende a classificare come “Latini” i primi quattro ed “Etruschi” i successivi tre. Lo si fa, forse, un po’ affrettatamente.
Servio Tullio, in realtà, era di origine latina e non fece proprio nulla in favore degli etruschi. Al contrario, inasprì i rapporti con Tarquinia e mosse guerra alla gente etrusca.
Fu Veio ad aprire le ostilità, ma seguirono ben presto Cere, Tarquinia ed altre città e la guerra si trascinò per anni procurando danno soprattutto ai proprietari di terre. I malumori di costoro, però, fornirono al Senato il pretesto per sbarazzarsi di lui con l’accusa di “Sovranità illegale”.
Servio Tullio, però, batté i Senatori sul tempo. Convocò il popolo romano nel Foro e tenne un discorso dagli accenti vibranti, degno di un politico di due millenni più tardi: filo-democratico e filo-proletario.
Che cosa promise di così straordinario da far risuonare il Foro di scroscianti applausi quali quelli di un pubblico di scatenati fans di nostrane star del rock?
Prima di tutto promise l’abolizione della “nexum”, ossia l’abolizione della schiavitù per debiti ( ed a Roma, all’epoca, di cittadini poveri e carichi di debiti ce n’erano davvero tanti) e si offrì egli stesso, nella misura in cui era possibile, di pagare debiti.
Fece ancora di più. Contrariamente ai politici di oggi, egli mantenne le promesse e per prima cosa fece stilare un elenco documentato di cittadini poveri: era nata la categoria dei “Nullatenenti”.
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Promise anche la “Manumissio” o liberazione con denaro dalla schiavitù; in casi meritevoli, anche con denaro pubblico. Chiese, infine, la restituzione di terre pubbliche accaparrate illecitamente.
Tutte queste manovre e cambiamenti, però, finirono per alienargli l’appoggio del Senato.
Giungevano, intanto, a Roma voci secondo cui i figli detronizzati di Anco Marzio accarezzassero progetti di rivalsa su un trono praticamente vacante.
Da grande “animale politico”, il buon Servio si presentò ancora una volta al Foro per annunciare al popolo che lo gremiva, d’essere pronto a levare le tende.
Una folla sovraeccitata ed osannante, però, lo pregò di restare ed egli non si fece pregare a lungo e promise che si sarebbe presentato presto in Curia per chiedere d’essere eletto Re, secondo la “volontà del popolo romano”.
Il Senato respinse la richiesta, ma il popolo lo appoggiò e Roma ebbe il suo VI° Re il quale passò immediatamente all’azione ed attuò tutte quelle riforme e cambiamenti che ai precedenti Sovrani era stato impedito di fare: portò il numero delle Tribù da tre a trenta, e ripartì il popolo in Centurie (in base al censo) che, oltre ad offrire fanti e cavalieri, assicuravano anche voti nelle assemblee.
Oltre alla Politica, Servio si interessò anche alla Religione. Confermò e sostenne il culto di Giove, Giunone, Marte e Minerva, ma introdusse ed appoggiò anche il culto di una Dea molto amata, soprattutto dalle donne: Diana, per cui fece costruire, con il contributo di tutte le città, un imponente Tempio sull’Aventino.
Servio Tullio, dunque, schiavo di stirpe reale, affermò il proprio potere non con l’appoggio del patriziato, ma con quello del popolo, ossia, della parte più debole del tessuto sociale.
Rancori e tentativi di congiura da parte della nobiltà, erano, di conseguenza, più che prevedibili.
Ma non fu la mano di un patrizio a colpire a morte il VI° Re di Roma.
Servio Tullio aveva due figlie: Tullia Minore e Tullia Maggiore, sposate ai nipoti di Tanaquilla, Arunte e Lucio Tarquinio. Sarà la loro mano a togliergli la vita e sarà fatto nel modo più feroce che si possa immaginare, ma… ma questa tragedia appartiene ad un’altra pagina di Storia.

domenica 13 luglio 2014

ANTICA GRECIA - Che fine ha fatto Elena di Troia?



Che fine ha fatto ELENA di Troia?

Una gran brutta fine per una donna così bella!

Nel mondo antico Elena raffigurava il mito dell’incarnazione della bellezza a cui tutto era dovuto ad a cui era giusto sacrificare tutto.
Sappiamo che era moglie di Menelao, Re di Sparta e che fu rapita da Paride, principe troiano. Sappiamo che per questo ne derivò una guerra sanguinosa che si trascinò per dieci anni e finì con l’inganno del cavallo di legno e sappiamo che molto fu perdonato a questa donna, in nome della sua impareggiabile bellezza.

Non tutti, però, perdonarono le sue colpe.
Polyxo, moglie di Tiepolemo, Re di Rodi, morto a Troia, non lo fece.
Alla morte di Menalo, Elena si trasferì proprio a Rodi, ma, appena messo piede sull’isola, Polyxo la catturò e la fece impiccare.

ANTICA GRECIA - Penelope fu davvero così casta?

PENELOPE: fu davvero così casta?
La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra, che imbroglia i pretendenti con una tela interminabile, piace molto agli uomini.
Li rassicura.
Piace molto questa figura di donna in eterna attesa: è rassicurante. Viene presa come esempio anche in culture assai, ma proprio assai, posteriori.
Perfino oggi.
Ma era davvero così casta e fedele, la cara Penelope?
L’epoca in cui visse era quella di un Matriarcato in declino e un nascente Patriarcato. Lo testimoniano le vicende legate alle sue nozze con Odisseo, meglio conosciuto come Ulisse.
Questi conquistò la sua mano all’antica maniera matriarcale, vincendo, cioè, una gara di corsa.
(secondo altre versioni, di tiro con l’arco)
Penelope era figlia di Icario, re di Sparta, e della ninfa Peribea e, secondo le antiche usanze, era la sposa che accoglieva lo sposo nella sua casa e non il contrario. (Menelao era diventato Re di Sparta per averne sposato la principessa ereditaria, Elena).
Ulisse, invece, infranse le regole e si portò via la sposa contro la volontà del padre di lei.
Re Icario, infatti, li fece subito inseguire e Ulisse costrinse  Penelope a scegliere fra lui e suo padre.
Penelope scelse Odisseo: senza una parola si calò il velo nuziale sul volto e lo seguì ad Itaca, lasciando la casa paterna e la terra di Sparta.
La figura di Penelope, in realtà, non è solamente emblematica, ma anche un po’ enigmatica, per quello che fu in seguito il suo comportamento.
Omero (ma sarà stato proprio Omero a scrivere l’Odissea? Ormai sono in molti a nutrire dei dubbi) ci parla di lei in tono brillante, bucolico ed un po’ ingenuo. Ben diverso dal tono ruvido e tagliente che si riscontra nell’Iliade, la cui paternità di Omero è indiscutibilmente accettata.
Omero ci lascia con Penelope ed Ulisse riuniti dopo venti anni di separazione: dieci di guerra a Troia e dieci di peripezie attraverso il Mediterraneo.
Penelope, però, si rivela donna prudente e diffidente, oltre che paziente e fedele: prima di concedersi al marito, vuole certezze e per questo lo sottopone alla prova del talamo nuziale e della sua posizione nella loro casa. Dopo, lo premierà generandogli un altro figlio: Polipartide; il primo era Telemaco, poco più che ventenne al ritorno a casa del padre.
Penelope è anche una donna forte e di infinite risorse. Lo ha dimostrato tenendo a freno i suoi pretendenti con vari espedienti prima del ritorno di Ulisse e lo dimostrerà pure dopo la morte di questi.
Sia Ulisse che suo figlio Telemaco, infatti, subito dopo la strage dei Proci (i pretendenti) erano stati esiliati.
Ulisse partì per la Tesprozia, per espiare la sua colpa; qui, però, sposò la regina Callidice che gli diede un altro figlio, Polirete.
Telemaco, invece, raggiunse Cefallenia, poiché, secondo un oracolo, Ulisse sarebbe morto per mano di suo figlio.
Così fu!
L’eroe fu ucciso proprio da uno dei suoi figli, ma non era Telemaco, bensì Telegono, il figlio avuto dalla maga Circe durante il viaggio di ritorno da Troia.
Telegono, che dal padre aveva ereditato lo spirito d’avventura, andava scorrazzando per i mari e finì per raggiungere Itaca.
Ulisse si preparò a respingere l’attacco, ma Telegono lo uccise.
Proprio come aveva predetto l’oracolo: in riva al mare e con l’aculeo di una razza, un aculeo di razza infilato sulla punta della lancia di Telegono.
E ancora una volta Penelope ci sorprende: trascorso l’anno di lutto previsto dalla tradizione, la Regina di Itaca sposa Telegono… proprio così! Sposa l’uccisore di suo marito, figlio della rivale, la maga Circe.
E non è tutto. Raggiunta l’isola di Circe, madre del fratellastro Telegono, Telemaco, a sua volta, impalma la rivale di sua madre.
Edificante!

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