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Nei tempi in cui si adoravano gli Spiriti di cui si credeva fossero animati gli elementi della Natura si divinizzò il fulmine che atterra, la fiamma che divora, il vento che scuote, terrificanti fenomeni che contribuirono alla costruzione delle fondamenta del mito greco. Più tardi l’uomo riuscì a non farsi più solo atterrire dalla potenza del Creato ma anche ispirare: emozione, stupore, poesia e i Poeti crearono I MITI, favole che cantavano la sua bellezza, pericolosità e generosità.

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venerdì 1 aprile 2022

ANTICA GRECIA - L'astuto ODISSEO... da chi ereditò la sua proverbiale "virtù"?


                                         



Odisseo figlio di Laerte? No! Odisseo non era affatto figlio di Laerte l'Argiva, bensì di Sisifo di Corinto, quel vero maestro di inganni e raggiri che riuscì ad imbrogliare perfino Plutone, Signore del'Ade. Sisifo, maestro di finezza perfino nel concepire quel prodigio di figlio passato al mito come l'uomo più astuto.
Come accadde il fattaccio? Accadde che Autolico, un vicino con il vizio del furto, gli portò via gran parte della mandria di buoi; Sisifo lo denunciò, ma , proprio quando tutti erano nelle stalle dell'accusato occupati a controllare le bestie, l'ineffabile Sisifo si intrufolò nella casa di Autolico e gli sedusse la bella figlia Anticlea,  incurante del "trascurabile" particolare che lei fosse già sposata con Laerte.
Per i suoi straordinari "talenti", Odisseo si vide ben presto affibbiare dei soprannomi: Ipsipilo e Rabbioso.
Il primo, per la straordinaria abilità con l'arco: Ipsipile era l'appellativo della Dea-Luna che percorreva il cielo descrivendo un arco.
"Rabbioso", invece, è proprio il significato del nome Odisseo e ad imporgli quel nome fu il nonno, Autolico, presente al banchetto per la sua nascita e invitato da Anticlea a dare un nome a suo figlio.
"Lo chiamerò Odisseo, cioé il Rabbioso,  - disse Autolico - a causa dei nemici di suo nonno che egli dovrà rabbiosamente combattere, ma, in compenso, gli lascerò parte dei miei beni,  appena salirà sul M. Parnaso."
Appena cresciuto, il ragazzo  andò a riscuotere e durante una battuta di caccia si procurò quella ferita alla coscia... che ben tutti conosciamo dal racconto dell'Odissea.
Odisseo dette mostra  in varie occasioni  dei talenti di cui era dotato.
Primo fra tutti l'inganno del  "Cavallo di Troia", anche se alcuni studiosi ritengono si trattasse di una macchina da guerra ricoperta di pelli animali. Ma forse abbiamo dimenticato l'episodio in cui la bella Elena, a passeggio intorno al "cavallo", ben sapendo della presenza dei guerrieri al suo interno, per provocarli imitò le voci delle spose lontane e che fu Odisseo a trattenerli dall'impulso di balzare di fuori.
Finemente astuto si mostrò, invece, con re Tindareo, patrigno della bella Elena, quando si presentò con tutti gli altri eroi a chiederne la mano, ma avendo in mente, invece, di impalmare la altrettanto bella Penelope.
Per averla, egli elargì a Tindareo il famoso consiglio di cui tutti siamo a conoscenza: ammettere alla gara per conquistare Elena solo quelli che avessero giurato fedeltà e protezione nei confronti del fortunato prescelto. Sappiamo che il consiglio funzionò, anche se costò la rovina di Troia: per difendere l'onore di Menelao, lo sposo di Elena, cornificato dal principe troiano Paride, gli Achei tutti partirono alla volta di Troia...  benché  le motivazione di tanta mobilitazone fossero ben altre.
Astuto ed infido. Odisseo era anche questo e lo dimostra il colpo basso inferto a Diomede insieme al quale aveva portato via da Troia il Palladio, la statua della Dea Atena,  per prendersene tutto il merito... sappiamo, però, come finì.
Astuto, ma vulnerabile negli affetti, come dimostrò a Menelao ed Agamennone a cui voleva far credere di essere pazzo per non partire in guerra.   Si era fatto trovare dai due eroi che stava seminando sale, ma quando quelli gli misero davanti all'aratro il figlioletto, ritornò immediatamente savio.
L'astuzia, però. non lo salvò dalla morte avvenuta per mano di uno dei suoi figli... ma questa è un'altra storia.

martedì 17 dicembre 2013

CARACTATO - Re della Guerriglia

Caractato! Il "barbaro" che anche da sconfitto "conquistò" Roma.
Tacito ne parla nel Libro XII dei suoi "ANNALI"  con accenti di sincera ammirazione.
Siamo nel 51 a.C. - Galles Meridionale.
I Siluri, popolo ostile e bellicoso, sono per anni la spina nel fianco dei Romani. Comandati da re Caractato, tengono in scacco le Legioni Romane da ben nove anni, conseguendo più vittorie che sconfitte.
Fiero, ed irriducibile, non si riesce a sottometterlo né con la forza, né con le promesse. Perfettamente consapevole della inferiorità  numerca  del suo esercito,  questo barbaro ribelle riesce a sottrarre al servaggio la sua gente tenendo in scacco l'avversario con una tecnica assolutamente sconosciuta ai Romani..
La sua strategia militare è nuova ed insolita per i Romani, abituati a fronteggiare l'avversario. Ma Caractato ha inventato un nuovo modo di combattere: la guerriglia. Non affronta il nemico a viso aperto e con tutte le forze, ma lo coglie di sorpresa con un manipolo di uomini, favorito dalla impraticabilità del territorio su cui si muove.
Per la battaglia decisiva il grande guerrigliero sceglie un territorio assai impervio, uno spazio in cui l'accesso è difficile quanto l'uscita:  alle spalle ci sono ripide montagne e davanti un fiume con difficili guadi.
Dall'altra parte, i Romani spiegano la Legione di Publio Ostorio Scapola.
Dopo un combattimento violentissimo, che costerà ad Ostorio un vero massacro, i valorosi "guerriglieri"  sono costretti a  soccombere al valore dei Romani ed alla invincibile "Testuggine" romana.
Caractato riesce a fuggire, ma la moglie e la figlia sono fatte prigioniere.  Egli, allora, cerca rifugio e protezione presso il popolo dei Briganti, ma la regina Cartimandua, appena lo ha sotto la sua tenda, cerca di sedurlo; il grande guerrigliero la respinge e la donna  lo consegna ai Romani.

A Roma, il nome del principe dei Siluri é ben noto; le imprese  del ribelle invincibile ed invisibile sono già leggenda e tutti attendono impazienti l'arrivo dell'uomo che per quasi dieci anni si é beffato di Roma.
Lo stesso imperatore Claudio é impaziente di incontrarlo e, come ebbe a sottolineare Tacito,
nei suoi " Annali",    "per esaltare la propria dignità, aumentò la gloria del vinto."
L'Imperatore organizza un vero spettacolo per il popolo di Roma durante il quale fa sfilare, legato al  carro, re Caractato e la sua famiglia.
E ancora una volta, il grande "guerrigliero" mostra il suo valore.   Invece di implorare clemenza, giunto sotto la tribuna imperiale, egli tiene un vibrante discorso:
".................. Se fossi trascinato davanti a te - dice all'Imperatore - senza opporre resistenza, né la mia sorte, né la tua gloria avrebbe acquistato splendore: al mio supplizio seguirebbe l'oblio, ma se mi lasci vivere, sarò per sempre un esempio della tua clemenza."
 Caractato ha salva la vita e con lui la sua famiglia e gli altri.
Bello, affascinante, la parola facile,  il principe dei Siluri non tarda  a conquistare   Roma ed a diventare l'ospite più desiderato dei "salotti" delle nobili matrone e   la  bellissima figlia,   con   il nome romanizzato di Claudia, viene fatta sposare ad uno dei figli del  nobile Pudente.

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