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Nei tempi in cui si adoravano gli Spiriti di cui si credeva fossero animati gli elementi della Natura si divinizzò il fulmine che atterra, la fiamma che divora, il vento che scuote, terrificanti fenomeni che contribuirono alla costruzione delle fondamenta del mito greco. Più tardi l’uomo riuscì a non farsi più solo atterrire dalla potenza del Creato ma anche ispirare: emozione, stupore, poesia e i Poeti crearono I MITI, favole che cantavano la sua bellezza, pericolosità e generosità.

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giovedì 10 luglio 2014

ANCO MARZIO IV Re di Roma ... e il prestito "uxoria" (la moglie in prestito)









La politica di conquista della nascente potenza si fa sempre più aggressiva: dopo la quasi  inattività vissuta ai tempi di Numa Pompilio, i cittadini della giovane Roma sembrano tutti felici di menare le mani...    Sì! Perché non si pensi all'esercito di Roma come ad una Armata militarmente ben organizzata ed equipaggiata, così come siamo abituati a vederla a cinema.
I soldati romani del primo periodo della Monarchia erano contadini che lasciavano la vanga ed imbracciavano bastoni, pugnali e rozze spade, (quando ne avevano) ed ogni altro tipo di arnese capace di trasformarsi in oggetto da offesa. Raggruppati in decurie e centurie, partivano con indosso perfino la tunica che usavano nei campi.
Possedevano,  però, un altissimo senso dell'onore, dell'appartenenza e  dell'amor  patrio e di conseguenza, una predisposizione all'obbedienza verso il capo, il quale era sempre qualcuno che si era distinto per valore e coraggio, che,  però,  non portava alcuna insegna di grado.

Roma, dunque, si stava avviando a diventare il nemico comune di molte popolazioni e le molte campagne militari intraprese da questi Re bellicosi, concorrevano a produrre ricchezza e ad attirare sempre più gente, ma con essa anche maggiore delinquenza.
Il risultato?
Il risultato fu che, mentre il Re non aveva ancora un Palazzo Reale e continuava a vivere nella sua casa come ogni altro cittadino, si avvertì l'esigenza di creare un luogo di  detenzione. Nacque la prima prigione di Roma: il Carcere Tulliano.
Deve il nome prosumibilmente ad un Tullus, o Cisterna, su cui il Re lo fece costruire.
Era diviso  in due ambienti. In quello superiore, detto Carcer, erano tenuti in custodia  i prigionieri in attesa di giudizio. I i condannati, invece, venivano gettati nella cisterna sottostante dove erano anche eseguite le pene capitali; i cadaveri, poi, attraverso un corridoio laterale  venivano gettati nella Cloaca Massima che passava lì accanto.
Se il nome del Tulliano non fosse associato a quello di Anco Marzio, di questo Re non ci sarebbe granché da riferire: nessuna leggenda, nessuno scontro epico e perfino una morte tranquilla.
Ma sarebbe un errore dare di lui un giudizio affrettto, come qualche storico ha già fatto, solo perché la sua figura appare un po' grigia ed opaca rispetto a quella dei predecessori circondati di aloni di leggende.

Nipote di Numa Pompilio, Anco Marzio, ad un  esame più attento si rivela grande stratega politico... di quelli che senza troppi strepiti e colpi di scena portano a casa i risultati.
Anco Marzio é soprattutto un innovatore. Guarda in avanti ed alle innovazioni etrusche e riesce perfino a stipulare un Trattato d'Alleanza con la città di Tarquinia contro l'eterna rivale, Veio. Si  serve anche della cavalleria di Tarquinio il Tirreno per domare le rivolte delle città latine che non hanno ancora perdonato a Roma la distruzione di Albalonga.
E qui brilla l'acume politico di questo uomo dall'apparenza scialba: egli non vuole il massacro dei vinti, ma il loro trasferimento a Roma per "risanare" un po' il malandato tessuto umano della città e accarezza l'antico progetto del fondatore di Roma, Romolo, che era quello  di dare alla nuova città una "multietnia".
Esplose, perciò, proprio durante il suo regno, ci informa lo storico Plutarco, una assai particolare usanza che non era, però,  del tutto nuova. La grande pestilenza ai tempi di Tullo Ostilio e le continue guerre avevano assottigliato la popolazione, soprattutto   femminile ed infantile. Nemmeno il numerodelle donne forzatamente condotte via da Albalonga riuscì  a risolvere il problema.
Donne... Donne... A Roma mancavano sempre donne.
Plutarco ci parla del prestito "uxorio".
"... il marito con prole sufficiente - scrive - poteva cedere la moglie ad un altro cittadino privo di discendenza, rimanendo, però, padrone di lasciarvela o di riprenderla dopo un certpo tempo..."
Consuetudine che oggi farebbe inorridire, ma che i romani consideravano quasi atto di patriottismo.


Non si sono create leggende, dunque, intorno alla figura di questo Re, ma fatti.
Con lui si bonificarono i terreni, si intensificò  l'agricoltura, si introdussero alberi, soprattutto ulivi, si scavarono canali.
Un grande innovatore, Anco Marzio e le innovazioni, si sa, non sono mai indolori.
Ne fecero le spese pastori ed allevatori che si videro assottigliare sempre più i terreni destinati ai pascoli.  Una popolazione in particolare se ne sentì danneggiata: i Volsci, grandi allevatori i quali cominciarono ad arrivare a valle per aprirsi nuove vie per nuovi pascoli, ma... qui comincia un'altra storia che ha per protagonisti altre persone.

venerdì 4 aprile 2014

TULLO OSTILIO III° Re di Roma... e gli Orazi e Curiazi




Tullio Ostilio, il Re ricordato per il duello più celebre della storia di Roma Antica:quello fra  gli Orazi e i Curiazi.
Nipote del latino Ostilio il Vecchio, uno dei fondatori di Roma, Tullio faceva fede al proprio nome: era rissoso ed attaccabrighe, provocatorio e testardo. E di certo non fu grande stratega politico se finì per inimicarsi tutte le popolazioni confinanti. Bisogna, però bisogna riconoscergli una certa audacia e spregiudicatezza militare: non si sottraeva mai nel confronto diretto con l'avversario.
Ma veniamo alla leggendaria sfida tra gli Orazi di Roma e i Curiazi di Albalonga.

Convinto che la "tregua dei cento anni" avrebbe tenuto lonatano gli etruschi di Veio, il nuovo Re di Roma, dallo spiccato spirito guerriero, brigò in tutti i modi per volgere le armi contro la latina Albalonga con cui, peraltro, c'era un Trattato in base al quale nessuna delle due città poteva dare inizio ad una guerra senza prima un tentativo di conciliazione e figurare quale parte lesa.
Cluilio, però, Re di Albalonga, di fare guerra a Roma non ci pensava davvero, ma quando Tullo fece un'incursione in territorio albano con la scusa di fermare una banda di predoni, inviò subito anbasciatori a Roma per protestare.
Alla provocazione, però, il re di Roma aveva fatto seguire immediatamente la frode: mentre un gruppo di romani "inseguiva" gli improbabili predoni, un gruppo di ambasciatori raggiungevano Albalonga;  cosicché, quando gli ambasciatori di Cluilio raggiunsero Roma, si sentirono dire che era troppo tardi. Per di più, ancor prima di scontrarsi in battaglia, il re di Alba morì d'infarto... o di veleno, assicurano alcune fonti.

Se Cluilio s'era lasciato sorprendere dalle manovre di Tullo, il suo successore Fufezio gli rispose con la stessa moneta: prese tempo fino a quando Veio, l'eterna rivale di Roma, che evidentemente sperava di prendere con un solo amo sia Roma che Alba, non le arrivò alle spalle. Fufezio si rivelò subito ottimo stratega e propose a Tullo di allearsi con lui contro gli Etruschi, i nuovi nemici comuni.
In primo momento Tullo rispose che non temeva affatto gli Etruschi, poi a sua volta fece una proposta davvero sorprendente: gli abitanti di Albalonga lascino la città e si spostino a Roma.

Poteva, Mettio Fufezio accettare una tale proposta? Naturalmente no ed infatti  rispose con una controproposta: formare una Federazione con un unico Senato che, però, non fosse quello di Roma perché, spiegò:
"... voi romani avete intaccato la purezza del vostro stato accettando barbari e vagabondi... e perché create Re stranieri... e perché - continua il lungo discorso -  se vi cederemo il potere, il figlio bastardo comanderò sul legittimo e lo straniero sull'indigeno..."
Ma Tullo non  era certo tipo da accettare insulti senza reagire e  chiamando a testimoni i Santi Numi... e forse era la prima volta che lo faceva,  disse che  una sola cos  non restava da fare: affidare alle armi il contenzioso.
"Bravo! - ironizzò Mettio - Così, mentre combattiamo tra di noi, gli Etruschi ci verranno addosso."
Al che, Tullo replicò:
"Sarà sufficiente che ad affrontarsi siano due piccole schiere invece che i due eserciti."
Così fu.
Conosciamo tutti l'epilogo di quello scontro: fingendo la fuga. il superstite degli Orazi affrontò separatamente e uccise i tre fratelli albani, i Curiazi.

Tullo Ostilio vincitore, dunque?
Non proprio!
Il clima che si respirava nella città vincitrice, però,  era di grande eccitazione,   al punto che al ritorno in patria dell'esercito,  al Re di Roma il Senato decretò il Trionfo. Era così  tanta l'eccitazione e l'esaltazione della vittoria che il popolo  perdonò all'Orazio trionfatore il suo delitto: l'aver ucciso la sorella Claudia, disperata per la morte del fidanzato... proprio uno dei Curiazi.
E non bastò! Il padre della sventurata ragazza le rifiutò esequie e tomba e permise che la si seppellisse là dove il fratello l'aveva uccisa e la si ricoprisse di terra e sassi gettati dai passanti...  comportamento di spartana memoria!

Questa figura, il superstite Orazio, che  ha esaltato tante generazioni sui banchi di scuola per il suo eroismo, è stato da molti storici riportato oggi alla sua giusta dimensione.

Chi fu, dunque il vero vincitore?
Fu Mettio Fufezio che aveva evitato ad Albalonga la deportazione della città e ritardato la sua distruzione, poiché da uno scontro tra i due eserciti, i latini ne sarebbero usciti sicuramente sconfitti.
Solo ritardato, però! La politica espansionistica dlla nascente potenza era cominciata proprio a spese dei Latini.
Non avendo ricevuto, tre anni dopo, da Mettio Fufezio che, anzi,fece addirittura il doppio gioco,
l'aiuto sperato contro l'estrusca Fidene, Tullo, bellicoso ma anche vendicativo, gli riservò un trattamento speciale. A guerra terminata lo invitò a festeggiare la vittoria, ma al culmine della festa, lo condannò ad una morte atroce e con lui condannò a morte  molti degli ufficiali e dei valorosi soldati albani.
Per la popolazione di Alba, gente inerme e pacifica. Tullo ordinò la deportazione a Roma e per la città ordinò la distruzione totale.
Ecco cosa scrive Tito Livio che, pure, nei suoi giudizi non é stato mai troppo severo:
"... una cupa mestizia gravava su Alba... indecisi sulle cose da prendere o da lasciare, quei disgraziati restavano inebetiti sulle soglie o vagavano smarriti per la casa...... e già risuonava nelle parti esterne della città il fragore delle case che venivano abbattute...  Quando gli Albani furono usciti i Romani rasero al suolo gli edifici pubblici e privati..."
E continua, nella speranza di mitigare i giudizi:
"Tullo li aiutò a costruire case... e con azioni umanitarie si guadagnò la simpatia del popolo..."
Vero é che questo Re si preoccupò molto dell'edilizia della città;  allargò le mura della città e fece costruire un grandissimo numero di case sul Celio.



Tutto questo gli fece guadagnare un secondo Trionfo, ma anche una guerra ad oltranza da parte di tutte le città della Confederazione Latina, cosicché Roma si trovò  assediata a  sud dai Latini, a nord dagli Etruschi e ad est dai Sabini sostenuti nientemeno che da Veio.
Tullo era riuscito a coalizzare contro Roma due popoli eternamente avversari: Sabini ed Etruschi.
Ma forse questo Re guerriero, che non pareva troppo impensierito, pensava già ad un terzo Trionfo, senonché, Giove in persona provvide a fermarlo con una delle sue folgori.

Se la fine di Romolo fu tragica e quella di Numa Pompilio coircondata dal mistero, quella di Tullo Ostilio fu folgorante. Lo fu nel vero senso della parola, poiché morì folgorato da un fulmine. All'epoca a scagliare le folgori era sempre un Giove corrucciato.
Perché mai Giove doveva essere corrucciato con il Re di Roma?
Ecco com Livio spiega il fatto:
"... la cerimonia non era stata condotta secondo le prescrizioni. Onde non soltanto non si manifestà a Tullo alcun segno divino, ma anche, sdegnato per le manchevolezze del rito, Giove lo fulminò e l'incenerì con tutta la sua dimora."

Ma che cosa era accaduto?
A seguito di una pestilenza sui Monti Albani dove risiedeva il tempio di Giove laziale, gli indovini suggerirono al Re di sacrificare al Padre degli Dei.
Tullo, però, Re-guerriero, non si era mai preoccupato degli Dei, all'infuori di Marte  ed aveva sempre trascurato un pò il culto. Non aveva, dunque, nessuna preparazione religiosa e in un'epoca in cui la quotidianità era permeata di religiosità, era una grave manchevolezza davvero.
Nel corso del rito - dice Livio e lo ribadisce Dionigi - Tullo sbagliò ogni cosa. Ma, sostiene Dionigi
ad irritare Giove fu soprattutto l'arrogante tentativo  di voler ripetere in  casa sua ed in segreto il rito che sull'Aventino non gli era riuscito.
"... e in quella giornata nella sua casa -racconta - si manifestò per volere di Dio un improvviso maltempo con pioggia, tempesta e tenebra e la folgore divina uccise il Re, i figli del Re e molti servi..."
Cattivo affare trascurare gli Dei... soprattutto se esigenti!

mercoledì 2 aprile 2014

DIDONE... Apologia di ROMA


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Di questo personaggio, che ondeggia tra storia e leggenda, si sarebbe persa ogni traccia o ricordo, se non avesse avuto un cantore d’eccezione come Virgilio.
Grazie a lui, poeti e scrittori, pittori e musicisti l’hanno resa immortale.
Didone, la mitica fondatrice di Cartagine, che il mito più antico chiama Elissa, è un personaggio epico, energico e quasi virile nel vigore dello spirito e nella risolutezza delle opere.  E’ una donna energica, intelligente ed  astuta.
Virgilio, però, fa di lei l’eroina di un dramma amoroso orchestrato e diretto dal Fato.
Chi era veramente la nostra eroina? La Elissa, cioè  Allizah la Consacrata del mito più antico oppure la Didone, cioè la Virago
del mito virgiliano?
Sia Storia oppure Leggenda, la Elissa-Didone dell’antico mito era una donna dignitosa, forte e astuta.
Primogenita di Belo, re di Tiro, alla morte del padre ne ereditò il trono assieme al fratello Pigmalione.
Per nulla disposto a dividere il trono con la sorella, Pigmalione fece uccidere Sicheo, il ricchissimo ed amatissimo sposo di lei e prese il potere da solo.
Per evitare una guerra civile la Regina decise di  lasciare Tiro ed iniziare un peregrinare nel Mediterraneo in cerca di una nuova patria.
La necessità aguzza l’ingegno, recita un adagio e la bella Elissa dette subito prova di quanto ingegno fosse dotata.
Per lasciare Tiro aveva bisogno di navi e lei non ne disponeva. Allora montò un’efficace quanto astuta messinscena per raggirare il fratello. Gli chiese un incontro per discutere e trovare un accordo e Pigmalione precipitò nella rete con l’intelletto offuscato dalla cupidigia per le di lei ricchezze.
Egli inviò immediatamente uomini e navi a prelevarla, ma la notte stessa in cui le navi approdarono nel porto, Elissa-Didone fece caricare di nascosto a bordo tutte le sue ricchezze, lasciando in bella mostra sul ponte una gran quantità di sacchi contenenti sabbia, facendo credere che l’oro fosse là dentro.
Appena le navi ebbero raggiunto il mare aperto, la Regina ordinò ai suoi uomini di gettare nelle acque l’ingente ricchezza gridando
“… meglio in mare che nelle mani infide ed indegne di Pigmalione.”
In realtà si trattava solo dei sacchi pieni di sabbia.
Timorosi della reazione del loro Re, gli uomini di Pigmalione preferirono mettersi al servizio della Regina piuttosto che tornare al cospetto del Re e puntarono la prua delle navi in direzione della prima isola.
Dopo lungo (o breve) peregrinare, le navi raggiunsero le coste della Libia ed ancora una volta la bella ed astuta Regina pose in atto un piano assai ingegnoso.
Ottenne da Jarba, un principe locale, un terreno su cui edificare la sua casa: “… grande quanto ne poteva contenere una pelle di bue”.
Jarba accettò ed Elissa lo mise elegantemente “nel sacco”.
Fece tagliare in striscioline finissime una pelle di bue e con esse tracciò un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.
Su quel terreno la Regina edificò la sua città: Cartagine o  Birse, che in greco significa “Pelle di bue” e in fenicio vuol dire “Collina”.
Bella, affascinante, ricca e potente, la Regina di Cartagine attirò immediatamente le mire di molti pretendenti. Primo fra tutti, quelle dello stesso principe Jarba il quale giunse a minacciarla di muoverle guerra se non l’avesse accettato come sposo.
Elissa-Didone finse di accondiscendere alle richiese e chiese ed ottenne di aspettare la fine del periodo di vedovanza. Quando giunse il giorno della scelta di uno sposo, la Regina, ancora innamorata del marito e fedele al giuramento di non sostituirlo con un altro uomo si trafisse con una spada.
Come un grande Sovrano aveva compiuto la sua impresa e non desiderava altro.
Il tardo mito, però, la vuole identificata con la donna che seguì Enea profugo a Cartagine dopo la fuga da Troia e che, abbandonata, si uccise e si gettò sul rogo lanciando imprecazioni.
Plutarco per primo respinse questa versione dei fatti resi da Virgilio, insostenibile sia per il carattere della donna che per  inesattezza cronologica.
Non si tratta più del personaggio Elissa-Didone, ma piuttosto di Didone-Elissa.
Non solo Virgilio, ma anche Ovidio ne fa un personaggio da tragica-commedia.
La Didone-Elissa di Ovidio non è né epica, né mitica e tantomeno regale.
E’ una “relicta”. E’ una  donna che piange e si dispera; chiede ed implora.
La Didone-Elissa di Ovidio non è l’astuta, battagliera conduttrice, fondatrice di città, che tiene a bada popolazioni avversarie, ma una donna che per amore perde ragione e dignità.
Il personaggio non ci appare eroico come nell’antico mito, ma vinto e un po’ patetico: non è più quello di una Regina gloriosa, ma di una donna fragile, sopraffatta dalla passione ed accecata da un dolore senza tregua che ricorre ad inganni ed  espedienti per trattenere l'amato:  come quello abile, ma inutile, di un presunto figlio in arrivo.
Proprio un piccolo espediente da piccola donna!
Didone-Elissa è, dunque, una donna appassionata, fragilmente femminile e in preda alla passione, che alla fine fa dire al suo poeta:
“il motivo della morte e la spada fornì Enea
ma con la sua stessa mano si tolse la vita Didone.”
Didone-Elissa, infatti, si uccide con la spada che lo stesso Enea le aveva donato.
“Per te solo ho distrutto il pudore e la fama di prima
per la quale solo io salivo al cielo” dirà Virgilio, donandole l’immortalità.
Didone, dunque, diventa immortale solo per essere una donna e soprattutto una donna  fragile e non per essere  stata una Regina gloriosa.
Didone, dunque, è un personaggio che diventa immortale grazie alla propria sconfitta.
Ma perché?
Perché Vigilio era romano e Didone, invece,  cartaginese. E perché Roma e Cartagine erano eterne nemiche.
Ma anche perché la morte di questa Regina doveva essere il primo segno della vittoria dei romani sui cartaginesi. E non doveva essere la “storia” dello scontro fra le due Potenze, bensì la “leggenda d’amore” fra due personaggi mitici finita in dramma.
Doveva essere così, perché  l’EPILOGO  della “Leggenda” di Didone e di Cartagine, doveva costituire il PROLOGO della “Storia” di Roma.

NUMA POMPILIO II° Re di Roma .... e la Ninfa EGERIA





Se Romolo è passato alla storia come il Fondatore, il Dux,  Numa Pompilio, il suo successore é ricordato come un Re pacifico; durante tutto il suo regno non condusse né subì guerre.
Ma é ai suoi due predecessori, però, Romolo e Tito Stazio, che bisogna riconoscere il merito di un tale status: il primo per aver stipulato un trattato di pace di cento anni con gli etruschi e il secondo per aver stabilito l'egemonia sabina su Roma. E Numa Pompilio era di origine sabina.
Essere pacifici, però, non significa essere permissivi. Fu lui, infatti, a dare o ad introdurre istituzioni  religiosi e sociali,  molte delle quali con regole davvero assai severe. Come quella delle Vestali, condannate ad essere sepolte vive in caso di inadempienza al voto di castità.
Un integralista religioso, lo definiremmo oggi. A lui si deve la costruzione del Tempio delle Vestali e di quello di Giano-Bifronte, con le due Porte: la Porta della Guerra e la Porta della Pace; durante il suo regno, la Porta della Guerra restò sempre chiusa. Uomo di pace e legislatore, a Numa pompilio  si deve anche la riforma del Calendario.
Egli portò  l'anno a 355 giorni divisi in 12 mesi:
7  di 29 giorni (gennaio, aprile, giugno, agosto, settembre,  novembre, dicembre)
4 di 31 giorni (marzo, maggio, luglio, ottobre)
1 di 28 giorni (febbraio)
chiamò:   Calendae:   il 1° giorno di ogni mese Nonae:
il   5° giorno dei mesi di 29 giorni  e il   7° giorno dei mesi di 31 giorni Idi:
il    13° giorno  dei mesi di 29 giorni  e il    15° giorno dei mesi di 31 giorni
Occupato quello che sarà il Gianicolo e il Trastevere (oltre il fiume), il nuovo Re ritenne opportuno delimitare i confini del nuovo Stato e distribuire le terre ai poveri, con il particolare per niente trascurabile, però, che si trattava di terre  sottratte a vecchi proprietari; forse etruschi.
Quale, la condizione della donna sotto il regno di questo Re così pacifico? Se già ai tempi di Tito Stazio la donna s'era visto negare molte dei diritti che Romolo  le aveva riconosciuto con l'introduzione di una serie di Leggi "modernizzatrici" di stampo etrusco, con Numa Pompilio le condizione della donna precipitarono.
Ecco cosa dice lo storico Dionigi al riguardo: "... impose loro grande riserbo...  tolse loro ogni influenza negli affari pubblici e le abituò a tacere.... In assenza del marito non potevano prendere la parola neppure sui casi urgenti."
Quale via percorse questo Re per farsi eleggere? All'epoca era il popolo ad eleggersi il Sovrano e si detto e ripetuto che la scelta  era caduta sulla sua persona perché il popolo era stanco di guerre e desiderava un periodo di pace. Non c'é motivo per dubitarne, ma bisogna riconoscere che egli era il più legittimato a ricoprire quel ruolo: era il marito di Stazia, figlia di Tito Stazio, Re di Roma assieme a Romolo; l'altra figlia di Stazio, Ersilia, l'aveva sposata lo stesso Romolo.
Numa Pompilio, dunque, legittimo erede di Tito Stazio, di cui mostrò subito di voler riprendere la politica interrotta da Romolo sia in campo civile che religioso e per prima cosa sciolse il Corpo dei Celeri, la Guardia armata di Romolo ed istituì, invece,  il Corpo dei Salii, in onore di Marte,   il  Collegio dei Pontefici ed la Casa delle Vestali.
Per quanto riguarda la sfera privata, rimasto vedovo Numa Pompilio  prese a condurre una vita ritirata e tranquilla... apparentemente tranquilla. Fu proprio in questo periodo della  sua  vita, infatti, che fece la sua comparsa la ninfa Egeria, sulla cui esistenza, probabilmente qualcuno aveva espresso le  sue riserve.
Ecco cosa racconta lo storico Dionigi al riguardo: "Egli  invitò alcune persone nella sua modesta casa per un pranzo fin troppo frugale, ma li  invitò a tornare per cena. L'abbondanza di cibi, frutta, bevande ed ogni altro ben di Dio e la ricchezza degli arredi era tale da far gridare al miracolo... e al miracolo gridarono,infatti, i suoi ospiti e nessuno dubitò più dell'esistenza della misteriosa, divina creatura capace di compierlo."
La Ninfa Egeria! Fu lei la misteriosa ispiratrice del Re, la consigliera fidata che lo guidò nelle Riforme e nelle Istituzioni Religiose.
Per i romani le ninfe erano divinità della natura, venerate come geni femminili di boschi, monti, laghi, sorgenti... Egeria, chiamata anche Camena perché cantava vaticinando, era proprio una Ninfa di Sorgente. Fonte di Egeria era chiamata la sorgente e Valle delle Camene era chiamata la valle in cui scorreva il fiume sacro, l'Almone. La Ninfa viveva in una grotta nascosta e occultata alla vista da un impraticabile sentiero nel mezzo di un boschetto ai piedi del Celio e  i suoi  convegni notturni con Numa Pompilio avvenivano proprio alla sorgente di quel fiume. Gli storici, oggi, son tutti d'accordo nell'affermare che questa Egeria altra non fosse che un'amante segreta del Re con grande ascendenza su di lui,  ascendenza che Dionigi giustifica così:
"...  fu indotto dall'onore, di cui fu ritenuto degno, di sposare una Dea. Costei si concesse a lui e l'amò e Numa, uomo felice, vivendo con lei comunicava con Dio."
La leggenda narra che alla morte di Numa, Egeria si disperò così tanto da indurre la dea Diana a trasformarla in una fonte, nel bosco di Aricia, sui Monti Albani,  dove la ninfa si rifugiava per piangere il suo dolore.
Un altro bel mistero, però, é legato alla morte del II°  Re di Roma. Contrariamente al costume locale che era quello di bruciare il cadavere su una pira, il corpo di Numa Pompilio fu sepolto in una tomba sul Gianicolo; due i sarcofagi: nel secondo furono depositati 12 libri, scritti di suo pugno, con cui dava istruzioni ai futuri Pontefici. Quando, però, nel 181 a.C. nel corso di lavori pubblici affiorò la tomba, il sarcofago che doveva contenerne i resti fu trovato vuoto e i libri contenuti nell'altro sarcofago furono portati in Senato per essere esaminati;  il loro  contenuto,  però, fu ritenuto così pericoloso, da indurre i Senatori a bruciarli.
Un vero rompicapo!

mercoledì 19 marzo 2014

TARPEA

TARPEA...  e le donne  SABINE
TARPEA...    e le SABINE

Sappiamo tutti della Rupe Tarpea, tristemente nota perché gli Antichi Romani vi scaraventavano di sotto i condannati rei di tradimento.
Da chi prese il nome?
Da una giovane un po' venale e vanitosa e con la predisposizione al tradimento. Il  suo nome era Tarpea, figlia del custode del Campidoglio.
Tarpea aprì l'Arx ai Sabini di Tito Stazio e li fece entrare in città, in cambio dei bracccialetti d'oro che i soldati sabini portavano al braccio sinistro.
Non solo quelli, però, i soldati le consegnarono, ma anche gli scudi sotto cui la schiacciarono, disgustati dal suo atto di tradimento.
Ma torniamo un po' indietro.
Perché i Sabini erano in guerra con i Romani?
Allorquando Romolo ebbe terminato di edificare la sua nuova città, per aumentarne il numero degli abitanti, accolse gente proveniente da ogni parte e introdusse leggi che garantivano  gli stessi diritti a tutti,   sia che  chiedessero asilo   o che fossero schiavi in fuga e perfino ladri. Dopo di ciò, inviò messaggeri alle popolazioni vicine per creare alleanze e contrarre matrimoni.
La crescente potenza della giovane città di Roma, però, non accolse consensi, soprattutto riguardo i matrimoni e così Romolo ricorse ad un espediente. (che peraltro conosciamo tutti).  Istituì una grande festa in onore di Konsuo, dvinità campestre, la Festa Consualia, nella Valle Murgia a cui invitò tutto il vicinato;   otto mesi erano trascorsi dal popolamento della nuova città.
Accorsero in tanti: Ceninesi, Crustumini, Sabini ed altri.
Al culmine della festa, però, i Romani rapirono le donne dei loro ospiti i quali giurarono di vendicarsi e mossero guerra a Roma.


Con la città di Cenina fu vittoria totale, quanto ai Crustomini,  scamparono al saccheggio solamente grazie all'intercessione di  Ersilia,  moglie di Romolo,  anche  lei  tra le  donne rapite, ma che  nel frattenpo si era innamorata del marito, a cui aveva dato un figlio.
La resistenza dei Sabini, però, fu assai più dura e strenua soprattutto per le capacità strategiche del loro comandante, Mezio Curzio.
Durante un durissimo combattimento, però, le donne sabine, ormai mogMa... sarà tutta qui la verità? Ad "offrire" ai  Sabini di Tito Stazio la vittoria, sarà stato davvero il tradimento di una ragazza innamorata o non, invece,  il valore delle armi?
I Romani avevano sbaragliato la modesta resistenza dei Latini, ma i Sabini erano tutt'altra faccenda. I Sabini erano un popolo fiero di stirpe guerriera, discendenti di un gruppo di spartani emigrati.
La battaglia per il ratto delle donne, in realtà, era una guerra per il dominio dei Sette Colli
e Stazio era più che certo della vittoria.
Egli prima inviò ambasciatori per richiedere il rilascio delle donne (una trentina o poco più) poi passò alle armi.

Proprio qui si inserisce la tragica figura di Tarpea. "Collaborazionista"... l'avremmo chiamata oggi.
Gli storici sono impietosi con lei; un po' più pietosi,  i poeti. Implacabili saranno, invece, proprio quelli che lei aiutò: Tazio, che lei amò fino al tradimento:
"...Sposami ed entra nel mio letto regale - disse -
  e quando ebbe parlato
  la seppellì sotto gli scudi dei compagni..."
racconterà Properzio.

In realtà, il tradimento di Tarpea (sarà realmente esistita?) sembra più un alibi per giustificare la facilità con cui avvenne la conquista della rocca del Campidoglio.
Le condizioni di Tazio, infine, furono davvero pesantissime e durissime. Tanto per cominciare, si fece Re assieme a Romolo e regnò con lui (prima di essere ucciso) per cinque anni e poi aprì le porte della città al popolo Sabino che vi si stabilì a pieno diritto.
li di romani, si frapposero fra i combattenti, mostrando a fratelli e padri i loro figli ed ottenendo la riconciliazione fra i due popoli.

martedì 4 marzo 2014

TULLIA


TULLIA







Si colloca  a pieno diritto  fra le figure femminili  più fosche della Storia di Roma Antica.
La Monarchia sta perdendo sempre più consensi;  di lì a poco, con Tarquinio il Superbo,   cesserà di esistere.
I Re a quell'epoca si innalzavano ed abbattevano con la stessa facilità.
Tullia,  figlia  di Servio Tullio, VI°  Re di Roma, era una  donna divorata dalla sete di successo, onori  e potere.
Rimasto il Re, Servio Tullio, gravemente ferito in un attentato, le sue due amabili figlie  cominciarono immediatamente a tramare l'una contro l'altra per spingere sul trono i rispettivi mariti, fratelli e figli di  Tarquinio Prisco, V° Re di Roma.
Poiché il marito non dimostrava eccessivo entusiasmo al progetto,  l'ineffabile Tullia lo spedì
nell'Averno e convolò a giuste notte con il marito della sorella: Lucio Tarquinio, il futuro Tarquinio il Superbo, ultimo Re di Roma.  Questi, nel frattempo,  si era sbarazzato della moglie,  reputando assai più utile per la sua causa la disinvolta ambizione  di Tullia.
Bisognava affrettare i tempi, poiché c'erano già troppi pretendenti a quel trono: i figli dello stesso Re.
Lucio Tarquinio convocò immediatamente il Senato per rivendicare i suoi diritti.
Avvertito, il Re lo raggiunse in Senato e al cospetto dei Senatori lo rimproverò aspramente, ma Lucio lo trascinò fuori della Curia e lo gettò giù per le scale.
Il Re riesce a salvarsi, ma viene ferito a morte dai sicari. Si trascina per strada, ma sopraggiunge sua figlia Tullia la quale, invece di soccorrerlo,  lo travolge con il suo  cocchio uccidendolo.

lunedì 9 luglio 2012

LA SIBILLA CUMANA



La Sibilla cumana è una delle figure più inquietanti, misteriose ed affascinanti della mitologia greco-romana.
Sibille, erano chiamate le sacerdotesse di Apollo, il bellissimo Dio del Sole, in possesso di poteri divinatori concessi loro dalla Divinità.
Vivevano in grotte oscure o in prossimità di fonti sacre  e sul significato del loro nome, c’è la stessa oscurità e lo stesso  alone di mistero  che circondava la loro figura.
“Vergine Oscura”,  secondo alcuni, il significato del termine Sibilla, proprio perché vivevano in luoghi oscuri e misteriosi; inaccessibili. E proprio per questo, e per i loro infallibili responsi, le Sibille erano assai temute e rispettate.
La Sibilla era “posseduta” da potere divino che acquisiva attraverso il respiro di vapori che uscivano da fenditure del terreno nei pressi della grotta in cui viveva (l’Antro della Sibilla) e con libagioni di acqua  di Fonte Sacra. 
Masticava foglie di lauro, pianta sacra al dio Apollo, atto con cui suggellava la sua unione con la Divinità.
Come ogni altra Sacerdotessa, la Sibilla era la “sposa” del Dio, ma non si trattava di amplesso fisico: la Sibilla, infatti, conservava intatta la sua verginità, poiché “l’amore” di Apollo nei suoi confronti era solamente un “soffio” trasfuso in lei, conservandola nello stato di verginità.
(il concetto di Vergine-feconda ha sempre affascinato l’uomo)
Non per tutte, però.
La Sibilla cumana, conobbe un ben altro destino: beffardo e crudele.
La leggenda narra che una di queste Sibille giunse a Cuma, in Campania, nei pressi dei Campi Flegrei, dalla città greca di Eritre. Il suo nome era  Deifobe.
Era così bella, che Apollo se ne innamorò follemente e le promise, in cambio di sesso, che avrebbe esaudito ogni suo desiderio.
La Sibilla si chinò a raccogliere un pugno di terra e chiese ad Apollo di concederle di vivere tanti anni quanti erano i granelli di terra raccolti.
Apollo acconsentì, ma la ragazza si rifiutò di concederglisi.
La vendetta di Apollo fu terribile: le concesse di vivere, ma le negò la giovinezza: settecento anni.
Con il passar degli anni, Deifobe divenne sempre vecchia e più piccola; quanto una cicala.
A chi le chiedeva quale fosse il suo desiderio, rispondeva con voce triste e sconsolata:
“La morte!”
Apollo, infine le concesse di morire.
Morale?…  Forse che una vecchiaia troppo lunga è anche troppo triste!

venerdì 6 aprile 2012

ANTICA ROMA - La fattucchiera di Nerone



La fattucchiera preferita di Nerone





Magia e superstizione hanno condizionato la vita dell’uomo in ogni epoca.

Nell’ antica Roma Imperiale, ai tempi di Claudio e Nerone, un nome faceva tremare la corte: Locusta ( o Locustra).

Era una giovane di grande avvenenza e dal potere e prestigio quasi illimitati ed era l’unica persona con libero accesso, notte e giorno, agli appartamenti privati di Nerone, perché era la sua fattucchiera personale.

Nerone, come tutti i suoi contemporanei, era profondamente superstizioso.

Come dargli torto se ancor oggi così tanta gente si fa prosciugare il portafoglio da maghi e fattucchiere?

Nerone non muoveva un dito senza prima consultare quella stupenda creatura la quale era anche assai esperta di veleni.

Fu proprio dei veleni da lei preparati che Nerone si servì per sbaragliare la concorrenza.

(oggi si usano altri mezzi, per fortuna)

Per primo, fece fuori l’imperatore Claudio, suo patrigno, facendogli servire una gustosa pietanza a base di funghi… corretti da Locusta, naturalmente.

Toccò poi al fratellastro Britannico, il quale aveva qualche diritto in più di sedere sul trono dei “figli della lupa”.

La morte del povero ragazzo fu spettacolare e gli storici ne danno risalto nei loro scritti.

Britannico era stato invitato ad un banchetto e stava tracannando vino da una coppa da cui aveva già bevuto un assaggiatore. Il ragazzo chiese dell’acqua per annacquarlo, ignorando che il veleno preparato da Locusta si trovasse proprio là dentro.

Morì, tra spasmi atroci, sotto gli occhi di Nerone e della corte atterrita.

A quella morte, naturalmente, ne seguirono altre, sempre sperimentando nuove pozioni e nuovi veleni che resero Locusta una delle donne più ricche di Roma.

Giunse, però, anche per lei il tempo della resa dei conti, della condanna e della pena.

Morto Nerone, l’imperatore Galba la fece pubblicamente giustiziare e la gente poté trarre un sospiro di sollievo.


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