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Nei tempi in cui si adoravano gli Spiriti di cui si credeva fossero animati gli elementi della Natura si divinizzò il fulmine che atterra, la fiamma che divora, il vento che scuote, terrificanti fenomeni che contribuirono alla costruzione delle fondamenta del mito greco. Più tardi l’uomo riuscì a non farsi più solo atterrire dalla potenza del Creato ma anche ispirare: emozione, stupore, poesia e i Poeti crearono I MITI, favole che cantavano la sua bellezza, pericolosità e generosità.

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mercoledì 30 gennaio 2013

ANTICO EGITTO: Dei Figli di Dio - ANUBI la più inquietante Divinità egizia


ANUBI




Figlio di Osiride e Nefty, Anubi è la figura più affascinante ed inquietante del Pantheon egizio: inquietanti perfino i particolari della sua nascita.

Per comprendere la complessità della sua natura, bisogna dare una sbirciatina alla storia della sua famiglia, non propriamente esemplare: Nefty era l’ultima dei quattro figli di Nut, Dea del Cielo. Gli altri tre erano Iside, Osiride e Seth; Iside era stata fatta sposare ad Osiride e Nefty aveva preso come sposo Seth… con il particolare non trascurabile che, mentre Iside ed Osiride erano profondamente innamorati, Nefty e Seth si detestavano cordialmente. Per di più, Nefty smaniava d’amore per Osiride e Seth non perdeva occasione per saltare addosso ad Iside.

Approfittando, una sera, dell’assenza della sorella, Nefty, indossati il calasiris (mantello) della sorella e il suo Cinto, andò a sdraiarsi sulla stuoia accanto ad Osiride, il quale la scambiò per l’amatissima sposa.

Solo al mattino, svegliandosi e scoprendo Nefty stesa al suo fianco, si accorse dell’inganno e montò su tutte le furie… anche perché temeva la reazione di Seth, ma soprattutto quella di Iside, la più potente delle Maghe.

Resasi conto dell’enormità del fatto, Nefty cercò riparo tra i canneti delle paludi all’ira del marito cornuto ed a quella della sorella tradita ed attese che le acque si chetassero.

Dopo qualche tempo, però, si accorse che quella notte di passione rubata aveva dato i suoi frutti: aspettava un figlio, che cominciò a detestare con tutte le sue forze.

Quando il bimbo nacque, lo pose in una culla di cannicci e lo affidò alla corrente del Nilo, nella speranza, forse, che qualche coccodrillo ne facesse il suo pasto.

Impossibile che ciò accadesse: il piccolo Dio era immortale come i genitori e fu proprio un coccodrillo a trasportarlo a riva, dove c’era una cucciolata di sciacalli e dove mamma-sciacallo lo accolse nella nidiata e lo nutrì e protesse.

Questo fino a quando il sapiente Thot non informò Iside del fatto.

“Tu sei la Dea dell’Amore e del Perdono, - le disse – non puoi tollerare un simile evento.”

Iside non si fece pregare. Perdonò la sorella, soprassedette sull’ingenuità del marito e corse in aiuto del piccolo Dio, ma, alla vista di quell’esserino sporco ed irriconoscibile, non riuscì a trattenersi:

“In put?” (E’ proprio lui?) esclamò.

“In put!” (E’ proprio lui!) rispose Thot.

In-put, il nome egizio che fu dato al piccolo: In-Put, ossia, Anubi.

Ecco perché Anubi si mostra con la testa di sciacallo: per riconoscenza a quella che fu la sua prima famiglia.

Cresciuto, fu proprio lui che inventò l’imbalsamazione per preservare dalla corruzione il corpo di suo padre, Osiride, ucciso da Seth e fu a lui che venne affidato il compito di traghettare i defunti attraverso le vie della Duat, l’Oltretomba egizia, oltre che di sostenere la Sacra Bilancia, nel Tribunale di Osiride, su cui si pesava il cuore del defunto per concedergli oppure negargli la vita eterna.

Anubi è raffigurato con testa di sciacallo o sciacallo dal colore nerissimo, in ricordo, forse, della sua vita infantile trascorsa tra quegli animali. Il suo colore nero, però, non è quello del lutto (che è, invece, il bianco), ma è quello del bitume, necessario all’imbalsamazione, per cui il nero diventa il colore della Rinascita.

Egli stesso era una Divinità della Rinascita e il Sacerdote funerario che presiedeva all’imbalsamazione di un cadavere, indossava la sua maschera.

Divinità dai molteplici aspetti, gli furono attribuite diverse funzioni: Patrono dell’Imbalsamazione, Traghettatore dei defunti, Reggitore della Sacra Bilancia, Signore della Necropoli, Signore dell’Aldilà.

 

 

Molti altri miti sono legati a questa Divinità, conosciuta anche con l’appellativo di Signore- del-Cammino-Nascosto, ma ne rimandiamo i particolari ad altro momento…         

giovedì 4 ottobre 2012

ANTICO EGITTO: Mummificazione o Imbalsamazione?


 

MUMMIA!  Un termine che evoca terrificanti, hollywoodiane scene di “zombi” che avanzano barcollando e perdendo pezzi di bende. Questo termine, perciò, è diventato sinonimo di cosa raccapricciante  e spaventevole.

Mummia o corpo imbalsamato?

Naturalmente non è la stessa cosa, anche si tende a definire “mummia” qualunque corpo conservato,  proveniente dal passato.

La mummificazione è un processo naturale di conservazione del corpo mentre l’ imbalsamazione è un processo artificiale.

Nel primo caso occorrono: assenza totale di umidità e temperature elevatissime oppure bassissime. (vedi la mummia del Similao).

Nel secondo caso, invece, occorrono balsami (da cui il termine) ed altre sostanze necessarie al processo di conservazione.

 

Gli Antichi Egizi hanno praticato la mummificazione fino alla III o IV Dinastia dei Faraoni; in qualche caso anche durante la VI Dinastia, quando, cioè, per le sepolture (a parte la Piramide) venivano scelti siti desertici ad elevata temperatura e scavando in profondità.

 

A partire dalla VI Dinastia e soprattutto durante il Nuovo Impero, quando la capitale si spostò da Memfi a Tebe, nella Valle, dove l’umidità era assai più elevata, nacque l’esigenza di trovare un rimedio all’azione di decomposizione dei corpi.

Il processo di imbalsamazione era lungo ed elaborato e poteva durare fin anche a 60 – 70 giorni; le operazioni erano numerose.

Per primo si estraeva il cervello, attraverso le narici e con l’ausilio di un martelletto ed attrezzi chirurgici; il cuore, invece, salvo rare eccezioni, restava in loco.  Gli occhi venivano sostituiti con globi o altro materiale.

Successivamente si praticava un’incisione di una decina circa di centimetri sul fianco sinistro del corpo, sufficiente all’imbalsamatore (un medico, perfetto conoscitore della struttura interna di un corpo) di introdurvi una mano per estrarre i tessuti molli: intestino, fegato, polmone e stomaco.

Questi, la loro volta, venivano trattati e conservati, il più integralmente possibile, in appositi vasi detti canopi , dal nome della città in cui si producevano: Canopo.

Al loro posto nella cavità, venivano introdotte sostanze varie: profumi, balsami, resine, sabbia, ecc…

Poiché non esisteva ancora pratica di sutura delle ferite e l’apertura tendeva ad allargarsi ed a rigettare il materiale introdotto, si ricorse all’uso di bende.

All’inizio si trattò di un bendaggio leggero; in seguito, però, a partire dalla XVIII   Dinastia, quello del bendaggio (fino a venti strati) divenne un vero rituale durante il quale ogni parte del corpo veniva affidata alla protezione di una specifica Divinità.

 

Sostanziale, dunque, la differenza tra mummificazione ed imbalsamazione. Ciò nonostante, si indica un corpo sottoposto a processo di conservazione, con un solo termine: MUMMIA.

Ma da dove deriva questo termine?

All’inizio dell’avventura egizia, alcuni studiosi  cercavano di studiare le sostanze che facevano da collante alle bende; ancora oggi, alcune di quelle sostanze sono rimaste sconosciute: forse provenienti da piante estinte o, forse, altro.

Si scoprì una sostanza scura ed appiccicosa, simile  al bitume.

Il bitume, in Egitto, veniva indicato con termini quali: mummif o mumiya. Si usò lo stesso termine per indicare quel corpo oggetto di studio e tutti gli altri: MUMMIA, per l’appunto

 

E’ facile distinguere una mummia da un corpo imbalsamato: la prima è sempre coperta da un semplice sudario, il secondo è avvolto nelle bende.

Nel Museo Egizio di Torino ve ne sono di assai interessanti e facili da riconoscere nella loro diversità.

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