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Nei tempi in cui si adoravano gli Spiriti di cui si credeva fossero animati gli elementi della Natura si divinizzò il fulmine che atterra, la fiamma che divora, il vento che scuote, terrificanti fenomeni che contribuirono alla costruzione delle fondamenta del mito greco. Più tardi l’uomo riuscì a non farsi più solo atterrire dalla potenza del Creato ma anche ispirare: emozione, stupore, poesia e i Poeti crearono I MITI, favole che cantavano la sua bellezza, pericolosità e generosità.

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ANTICA GRECIA - Penelope fu davvero così casta?

La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra,...

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venerdì 1 aprile 2022

ANTICA GRECIA - L'astuto ODISSEO... da chi ereditò la sua proverbiale "virtù"?


                                         



Odisseo figlio di Laerte? No! Odisseo non era affatto figlio di Laerte l'Argiva, bensì di Sisifo di Corinto, quel vero maestro di inganni e raggiri che riuscì ad imbrogliare perfino Plutone, Signore del'Ade. Sisifo, maestro di finezza perfino nel concepire quel prodigio di figlio passato al mito come l'uomo più astuto.
Come accadde il fattaccio? Accadde che Autolico, un vicino con il vizio del furto, gli portò via gran parte della mandria di buoi; Sisifo lo denunciò, ma , proprio quando tutti erano nelle stalle dell'accusato occupati a controllare le bestie, l'ineffabile Sisifo si intrufolò nella casa di Autolico e gli sedusse la bella figlia Anticlea,  incurante del "trascurabile" particolare che lei fosse già sposata con Laerte.
Per i suoi straordinari "talenti", Odisseo si vide ben presto affibbiare dei soprannomi: Ipsipilo e Rabbioso.
Il primo, per la straordinaria abilità con l'arco: Ipsipile era l'appellativo della Dea-Luna che percorreva il cielo descrivendo un arco.
"Rabbioso", invece, è proprio il significato del nome Odisseo e ad imporgli quel nome fu il nonno, Autolico, presente al banchetto per la sua nascita e invitato da Anticlea a dare un nome a suo figlio.
"Lo chiamerò Odisseo, cioé il Rabbioso,  - disse Autolico - a causa dei nemici di suo nonno che egli dovrà rabbiosamente combattere, ma, in compenso, gli lascerò parte dei miei beni,  appena salirà sul M. Parnaso."
Appena cresciuto, il ragazzo  andò a riscuotere e durante una battuta di caccia si procurò quella ferita alla coscia... che ben tutti conosciamo dal racconto dell'Odissea.
Odisseo dette mostra  in varie occasioni  dei talenti di cui era dotato.
Primo fra tutti l'inganno del  "Cavallo di Troia", anche se alcuni studiosi ritengono si trattasse di una macchina da guerra ricoperta di pelli animali. Ma forse abbiamo dimenticato l'episodio in cui la bella Elena, a passeggio intorno al "cavallo", ben sapendo della presenza dei guerrieri al suo interno, per provocarli imitò le voci delle spose lontane e che fu Odisseo a trattenerli dall'impulso di balzare di fuori.
Finemente astuto si mostrò, invece, con re Tindareo, patrigno della bella Elena, quando si presentò con tutti gli altri eroi a chiederne la mano, ma avendo in mente, invece, di impalmare la altrettanto bella Penelope.
Per averla, egli elargì a Tindareo il famoso consiglio di cui tutti siamo a conoscenza: ammettere alla gara per conquistare Elena solo quelli che avessero giurato fedeltà e protezione nei confronti del fortunato prescelto. Sappiamo che il consiglio funzionò, anche se costò la rovina di Troia: per difendere l'onore di Menelao, lo sposo di Elena, cornificato dal principe troiano Paride, gli Achei tutti partirono alla volta di Troia...  benché  le motivazione di tanta mobilitazone fossero ben altre.
Astuto ed infido. Odisseo era anche questo e lo dimostra il colpo basso inferto a Diomede insieme al quale aveva portato via da Troia il Palladio, la statua della Dea Atena,  per prendersene tutto il merito... sappiamo, però, come finì.
Astuto, ma vulnerabile negli affetti, come dimostrò a Menelao ed Agamennone a cui voleva far credere di essere pazzo per non partire in guerra.   Si era fatto trovare dai due eroi che stava seminando sale, ma quando quelli gli misero davanti all'aratro il figlioletto, ritornò immediatamente savio.
L'astuzia, però. non lo salvò dalla morte avvenuta per mano di uno dei suoi figli... ma questa è un'altra storia.

ANTICA GRECIA - Penelope fu davvero così casta?




La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra, che imbroglia i pretendenti con una tela interminabile, piace molto agli uomini.
Li rassicura.
Piace molto questa figura di donna in eterna attesa: è rassicurante. Viene presa come esempio anche in culture assai, ma proprio assai, posteriori.
Perfino oggi.
Ma era davvero così casta e fedele, la cara Penelope?
L’epoca in cui visse era quella di un Matriarcato in declino e un nascente Patriarcato. Lo testimoniano le vicende legate alle sue nozze con Odisseo, meglio conosciuto come Ulisse.
Questi conquistò la sua mano all’antica maniera matriarcale, vincendo, cioè, una gara di corsa.
(secondo altre versioni, di tiro con l’arco)
Penelope era figlia di Icario, re di Sparta, e della ninfa Peribea e, secondo le antiche usanze, era la sposa che accoglieva lo sposo nella sua casa e non il contrario. (Menelao era diventato Re di Sparta per averne sposato la principessa ereditaria, Elena).
Ulisse, invece, infranse le regole e si portò via la sposa contro la volontà del padre di lei.
Re Icario, infatti, li fece subito inseguire e Ulisse costrinse  Penelope a scegliere fra lui e suo padre.
Penelope scelse Odisseo: senza una parola si calò il velo nuziale sul volto e lo seguì ad Itaca, lasciando la casa paterna e la terra di Sparta.
La figura di Penelope, in realtà, non è solamente emblematica, ma anche un po’ enigmatica, per quello che fu in seguito il suo comportamento.
Omero (ma sarà stato proprio Omero a scrivere l’Odissea? Ormai sono in molti a nutrire dei dubbi) ci parla di lei in tono brillante, bucolico ed un po’ ingenuo. Ben diverso dal tono ruvido e tagliente che si riscontra nell’Iliade, la cui paternità di Omero è indiscutibilmente accettata.
Omero ci lascia con Penelope ed Ulisse riuniti dopo venti anni di separazione: dieci di guerra a Troia e dieci di peripezie attraverso il Mediterraneo.
Penelope, però, si rivela donna prudente e diffidente, oltre che paziente e fedele: prima di concedersi al marito, vuole certezze e per questo lo sottopone alla prova del talamo nuziale e della sua posizione nella loro casa. Dopo, lo premierà generandogli un altro figlio: Polipartide; il primo era Telemaco, poco più che ventenne al ritorno a casa del padre.
Penelope è anche una donna forte e di infinite risorse. Lo ha dimostrato tenendo a freno i suoi pretendenti con vari espedienti prima del ritorno di Ulisse e lo dimostrerà pure dopo la morte di questi.
Sia Ulisse che suo figlio Telemaco, infatti, subito dopo la strage dei Proci (i pretendenti) erano stati esiliati.
Ulisse partì per la Tesprozia, per espiare la sua colpa; qui, però, sposò la regina Callidice che gli diede un altro figlio, Polirete.
Telemaco, invece, raggiunse Cefallenia, poiché, secondo un oracolo, Ulisse sarebbe morto per mano di suo figlio.
Così fu!
L’eroe fu ucciso proprio da uno dei suoi figli, ma non era Telemaco, bensì Telegono, il figlio avuto dalla maga Circe durante il viaggio di ritorno da Troia.
Telegono, che dal padre aveva ereditato lo spirito d’avventura, andava scorrazzando per i mari e finì per raggiungere Itaca.
Ulisse si preparò a respingere l’attacco, ma Telegono lo uccise.
Proprio come aveva predetto l’oracolo: in riva al mare e con l’aculeo di una razza, un aculeo di razza infilato sulla punta della lancia di Telegono.
E ancora una volta Penelope ci sorprende: trascorso l’anno di lutto previsto dalla tradizione, la Regina di Itaca sposa Telegono… proprio così! Sposa l’uccisore di suo marito, figlio della rivale, la maga Circe.
E non è tutto. Raggiunta l’isola di Circe, madre del fratellastro Telegono, Telemaco, a sua volta, impalma la rivale di sua madre.
Edificante!

ANTICA GRECIA - Che fine ha fatto Elena di Troia?



Una gran brutta fine per una donna così bella!

Nel mondo antico Elena raffigurava il mito dell’incarnazione della bellezza a cui tutto era dovuto ad a cui era giusto sacrificare tutto.
Sappiamo che era moglie di Menelao, Re di Sparta e che fu rapita da Paride, principe troiano. Sappiamo che per questo ne derivò una guerra sanguinosa che si trascinò per dieci anni e finì con l’inganno del cavallo di legno e sappiamo che molto fu perdonato a questa donna, in nome della sua impareggiabile bellezza.

Non tutti, però, perdonarono le sue colpe.
Polyxo, moglie di Tiepolemo, Re di Rodi, morto a Troia, non lo fece.
Alla morte di Menalo, Elena si trasferì proprio a Rodi, ma, appena messo piede sull’isola, Polyxo la catturò e la fece impiccare.

domenica 13 luglio 2014

ANTICA GRECIA - La cruenta fine del SOSTITUTO

La cruenta fine del Sostituto

                           La cruenta fine del Sostituto

Il termine sostituto indica oggi semplicemente una persona che svolge mansioni al posto di un’altra.
Nelle antiche culture, però, all’epoca del Matriarcato, il Sostituto era una figura assai tragica ed infelice.
Era al centro di una consuetudine davvero cruenta: così in Egitto come in Mesopotamia o Hattusa… Roma si salvò solo perché la sua storia è più recente.
Il Grecia il Sostituto si chiamava Interrex ed era quasi sempre un ragazzo sui dieci anni, perché tanti erano gli anni di regno del Paredro.
Oggi diremmo: Principe Consorte.
Secondo i costumi dell’epoca la Regina si sceglieva, tra i giovani più forti e gagliardi, un Re-Sacro, il Paredro, per l’appunto, per procreare e regnare con lui fino a che questi avesse conservato forze e vigore. Dopo egli veniva ucciso e il suo sangue sparso sui campi per renderli fecondi.
Dieci anni. Tale era il tempo concesso ad un Paredro.
Questo fino a quando non arrivò qualcuno che si rifiutò di sottostare al sacrificio e pretese una vittima in sua “sostituzione”.
Quel qualcuno si chiamava Enapione e pare fosse uno dei nipoti del famoso Minosse.
Egli si rifiutò di morire, nonostante che il nuovo pretendente della Regina avesse, secondo le Leggi, superato le prove a cui era stato sottoposto e lo avesse vinto in regolare combattimento. (lotta libera, presumibilmente).
Enapione si nascose in una cripta facendosi credere morto, ma “resuscitò” opportunamente (con l’aiuto di sostenitori) e in sua vece  pretese il sacrificio di un fanciullo: l’ Interrex , ossia il Sostituto.
I Sostituti erano sempre fanciulli sui dieci anni, schiavi, prigionieri o ragazzi dotati e, non raramente, erano addirittura i figli dello stesso Re-Sacro in carica.
Questo potrebbe dar luce a qualche mito o casi di parricidio da parte di principi-eroi, che ci appaiono incomprensibile, ma di cui la storia della Grecia Arcaica e perfino Minoica e Micenea, abbonda.

L’Interrex veniva insediato sul trono con una cerimonia assai festosa. Regnava per un giorno, durante il quale gli era permessa ogni cosa, poi veniva drogato e ucciso.
Il Paredro tornava sul trono al fianco della Regina (il cui potere, però, cominciava a mostrare primi segni di debolezza)… fino a quando un nuovo pretendente, più forte e vigoroso, non fosse riuscito a toglierlo di mezzo.
Non si sa per quanto tempo tale cruente costume abbia continuato a  mietere fanciulli. Ad un certo momento della storia, però, il sacrificio dei fanciulli verrà sostituito da quello di un animale: capro o toro.
O, come accadde in Egitto, da una cerimonia detta Zed o Giubileo: un rituale magico attraverso cui il Sovrano ritrovava energia e vigore.

A proposito di Giubileo, la regina Elisabetta II d’Inghilterra ha celebrato da poco il suo e il Papa si appresta a celebrare il proprio.

Pratiche moderne, dunque, che affondano le radici in pratiche antiche.

mercoledì 9 luglio 2014

ANTICA GRECIA - PELASGO... il primo uomo

ANTICA GRECIA... le origini: Pelasgo il primo uomo della Terra





Si racconta che Filippo il Macedone a chi gli rimproverava di essere un "barbaro"  domandava:  "Che cosa intendete voi per Grecia?"
Il primo territorio designato con questo nome pare essere stato Dodona,  città della Trespozia, nell'Epiro; in precedenza tutto il territorio era chiamato "Terra degli Elleni", da Hellas o Ellade, regione della Tessaglia e con questo nome, a partire dal VI secolo a.C. si identificarono tutte le popolazioni: dal Peloponneso all'Illiria, dall'Attica alla Macedonia, ecc.
Come e quando assunse quel nome? In realtà non si sa bene.
Secondo gli scrittori della Grecia classica ad arrivare per primi nel territorio furono i Lelegi, provenienti dalla Caria, ma vi trovarono un nucleo etnico arcaico, una popolazione autoctona: i Pelasgi, che pare si siano insediati nel Peloponneso partendo dalla Palestina intorno al 3500 a.C. e che in età classica dettero origine a quella che fu chiamata la "questione pelasgica".
E' con questo termine, infatti, che  furono indicati tutti gli abitanti della Grecia pre-ellenica.

Appartiene proprio a questo periodo il mito  greco più antico della Creazione; un mito complesso in cui non vi sono Dei, ma solo una Dea-Universale di nome Eurinome.
E' il mito pelasgico della Creazione, d'età matriarcale, quando la donna dominava l'uomo.

Era il Caos.
Eurinome,  Dea-Universale, emerse dal Caos, ma non trovò nulla di solido su cui posare i piedi e allora separò il cielo dal mare e per scaldarsi si mise a danzare sui flutti. La sua frenetica danza attirò Borea, il Vento-del-Nord,  che cominciò a turbinare alle sue spalle.
La Dea si voltò e pensò che avrebbe potuto servirsi di lui per dare inizio alla creazione della  vita.  Afferrato il vento,  lo strofinò tra le mani e  quello si trasformò in un grande serpente, Ofione, che, acceso dal desiderio, l'avvolse  e la fecondò.
Eurinome, rimasta incinta, assunse la forma di una colomba e volò sul mare per andare a deporre l'Uovo-Cosmico, poi ordinò ad Ofione di covarlo e il Serpente-Cosmico lo arrotolò in sette spire  aspettò che si aprisse.
Dall'Uovo uscirono le Figlie della Dea:  Sole, Luna, Pianeti, Stelle e Terra con monti, fiumi. alberi ed esseri viventi.

Eurinome, il cui nome significa "Lunga Perenigrazione" ed Ofione si stabilirono sul Monte Olimpo, ma quando Ofione si vantò d'aver creato lui l'Universo, la Dea si irritò e gli fracassò i denti prima di  rinchiuderlo nel seno oscuro della terra.
A questo punto  la Dea decise di assegnare  una coppia di Titani e Titanesse, "Signori" e "Signore", ad ognuna delle Sette Forze Planetarie: Tia e Iperione furono i Signori del Sole - Febe e Atlante furono i Signori della Luna -  Dione e Crio, del pianeta Marte -  Meti e Ceo, del pianeta Mercurio - Temi ed Eurimedonte, del pianeta Giove - Teti ed Occeano, di Venere -  Rea e Crono, di Saturno.
In età classica, però, queste Forze furono assegnate a: Elio - Selene - Ares -  Ermete oppure Apollo - Zeus - Afrodite e Crono.
Ad ognuna delle coppie di Divinità Planetarie  la Dea-Universale assegnò un potere associandolo al corpo celeste: Il Sole fu associato alla Luce - la Luna agli Incantesimi - Marte alla Crescita - Mercurio alla Saggezza -  Giove alla Legge  - Venere all'Amore -  Saturno alla Pace .

Eurinome  non si fermò qui.  Dalla terra d'Arcadia, nel cuore del Peloponneso, fece emergere Pelasgo, il primo uomo vivente, subito seguito da altri uomini. A lui la Dea  insegnò l'arte della caccia, della raccolta di ghiande e  altri frutti e della concia delle pelli.

martedì 26 novembre 2013

ANTICA GRECIA - Il Paredro della Regina... ossia il Principe Consorte


ANTICA GRECIA - Il Paredro della Regina... ossia il Principe Consorte


L'epoca  era quella matriarcale e il potere era nelle mani della Ninfa-tribale o, come si dirà più tardi, Regina. La successione al trono avveniva, dunque, per via femminile e matrilineare e il trono apparteneva alla figlia della Regina-Madre.
Per giungerere ad occupare  quel trono le vie erano due:  diritto di successione della più giovane delle figlie della Regina oppure disputa di una gara di corsa fra le ragazze più giovani e nobili.
Non esisteva un vero Re, poiché la Regina non aveva un vero  sposo, ma solo amanti che si sceglieva fra le più bella e forte gioventù.  Questi diventava  Re-Sacro o Paredro, in quanto "marito" della Regina ma era destinato ad una morte rituale dopo un periodo di regno di 13 mesi, affinché il suo sangue fecondasse la terra.
Il sacrificio annuale del Re-Sacro si consumava nel giorno che seguiva il giorno più corto dell'anno terrestre (e non dell'anno lunare) e le modalità erano varie nelle diverse località. In Tracia, ad esempio, veniva fatto a pezzi da  donne invasate e drogate; a Corinto era fatto sbalzare dal suo cocchio, preventivamente  sabotato  e  moriva schiacciato dalle ruote e dagli zoccoli dei cavalli;  in Tessaglia, invece,  era fatto precipitare giù da una rupe.  E ancora: gli si scagliava contro, all'altezza del tallone, una freccia avvelenata oppure lo si finiva a colpi di ascia.
Con le invasioni elleniche, qualcosa cominciò a cambiare nella società matriarcale locale, ma, con quelle, spietate e dure, che le seguirono, doriche ed achee, i costumi locali  mutarono e si indebolirono radicalmente.
Dori ed Achei,  pastori-guerrieri, giunti con Divinità maschili come Mitra e Varuna, vi  trovarono Divinità femminili come Era ed Atena. Vi trovarono anche Regine, a capo della società, Sacerdotesse della Dea-Luna,  mentre essi avevano per capi Re, adoratori di Zeus ed Apollo, che identificarono presto  con le loro divinità.
Col tempo il Re-Sacro cominciò ad acquisire sempre maggiori poteri, giungendo perfino a sostituire la Regina in cerimonie rituali ed in alcune sue funzioni; in quelle occasioni indossava le vesti della Regina e i suoi ornamenti ed impugnava la "Falce Sacra" a forma di mezzaluna, simbolo della Dea-Luna.
Si spiegano così gli antichi bassorilievi che ritraggono il Re in abiti femminili.
Aumentando di prestigio e potere, il Re-Sacro si vide riconosciuto un periodo di regno superiore a 13 lune e precisamente un periodo di 100 lunazioni, pari a otto anni, alla fine dei quali, l'anno solare coincideva con l'anno lunare. Giunta quella data, però, il Re-Sacro doveva essere sacrificato.  Qualcun altro,   però, alla fine di ognuno degli otto anni all'interno delle 100 lunazioni,  prendeva il suo posto  nel sacrificio rituale: l'INTERREX, ossia il Sostituto. Di solito era un fanciullo nobile o addirittura figlio dello stesso Re; in seguito fu sostituito da un schiavo od ostaggio e infine da un animale, di preferenza un capretto.
Al tramonto del giorno  in cui si celebrava il sacrificio, il Vecchio-Re fingeva di morire e si faceva interrare in un'urna e l'Interrex prendeva il suo posto. Per un giorno intero, questi ne assumeva tutte le cariche, giungendo prerfino  sposare la Regina. Al tramonto del giorno successivo, però, egli veniva ucciso e il Vecchio-Re "sorgeva" dalla tomba, saliva sul cocchio accanto alla Regina e iniziava un nuovo regno di un anno accanto a lei, fino all'anno seguente in cui si ripeteva il rituale. Il cocchio dell'infelice fanciullo veniva distrutto e fatto a pezzi.
Spesso leggiamo di miti che parlano di amori tra Dei e Ninfe; molto probabilmente si tratta di riferimenti a matrimoni tra i principi conquistatori e le principesse o regine locali.
Era iniziato il Patriarcato e verso questi matrimoni dev'esserci stata ferrea opposizione da parte delle vecchie Regine; le principesse ereditarie, però, si mostrarono più benevoli verso i nuovi arrivati e li accettarono come "Figli della Dea-Luna",    prendendoli come Paredri o Re-Sacri.
Questi nuovi Re-Sacri, però, non  erano  per nulla disposti a sacrificarsi e si mostrarono assai restii a sottomettersi alla propria sorte. Si ritiene che a rifiutarsi di morire sia stato per primo Enopione, re di Iria, che  per otto anni si fece sostituire da un sostituto  e alla fine uccise il suo successore, evitando la morte.
La vittoria e la conquista da parte del popolo Acheo pose termine a questa barbiaria: la Doppia Ascia Sacra della Dea-Luna  Artemide e della Dea-Terra Rea, divenne la Folgore-Sacra di Giove e di Poseidone che, successivamente si trasformò nel Tridente-Sacro, nelle mani  del Dio del Mare.

giovedì 14 novembre 2013

ANTICA GRECIA - Le fanciulle di Locri


Le Fanciulle di Locri

Le Fanciulle di Locri
Pittori, poeti e scrittori si sono lasciati ispirare per secoli dall'episodio della violenza di Aiace  d'Ileo su Cassandra, principessa di Troia.
Per scampare al massacro che gli Achei, caduta la città, stavano consumando sui vinti, Cassandra, figlia di Priamo, si rifugiò nel Tempio di Atena. Qui, però, la raggiunse Aiace  che, in spregio di quel luogo sacro, le usò violenza proprio ai piedi della statua della Dea.
Atena ne fu tanto disgustata, da distogliere lo sguardo dalla scena. La sua ira, però, non si fermò allo stupratore, ma si estese a tutto l'esercito Acheo e inutilmente Aiace si proclamò pentito e pronto ad espiare la propria colpa: gli stessi compagni volevano la sua morte ed  Odisseo propose addirittura la lapidazione.
Aiace fuggì, ma la sua nave naufragò; egli riuscì ad aggrapparsi ad uno scoglio, ma Atena  ottenne da Giove una saetta che gli scagliò contro uccidendolo.
Non ancora soddisfatta, l'implacabile Dea rivolse la sua collera contro i sudditi dell'eroe, nella terra di Locri.
Un oracolo avvertì che per placare la Dea bisognava, ogni anno e per duecento anni, inviare a Troia nel Tempio di Atena,  due fanciulle di nobile famiglia etratte a sorte, sbarcandole sul promontorio Reteo.
I troiani, però, consideravano quest'atto una violazione da punire con la morte, se, però,le ragazze riuscivano a raggiungere il Tempio, potevano restarvi in condizioni di  schiavitù,  fino a quando non venivano sostituite, l'anno dopo, da altre fanciulle.
Per sfuggire alla morte, le fanciulle venivano  introdotte di nascosto attraverso un  passaggio segreto  che conduceva direttamente al Santuario.
Per rendere più sicuro lo scambio delle coppie, nessuno,  all'infuori     delle famiglie delle fanciulle stesse, conosceva quel passaggio dall'ingresso abilmente occultato e nessuno  era al corrente del momento, sempre di notte, in cui doveva avvenire lo scambio, né   dell'ora precisa.
Nota:  il caso delle sacerdotesse di Locri è storicamente provato, ma gli storici sono tutti concordi nell'affermare che ad impedirne l'accesso al Tempio non fosse l'episodio della violenza di Aiace d'Ileo, una chiara invenzione di Omero, bensì dell'acredine esistente  tra Troia e Locri.
Le ragazze di Locri, dunque, esercitavano un diritto che i troiani non volevano riconoscere loro.

lunedì 15 ottobre 2012

MINOTAURI e CENTAURI - La vera storia del Minotauro


 

Minotauro, Centauro, Satiro, ossia: uomo-toro, uomo-cavallo, uomo-capro... la mitologia mediterranea abbonda di tali favolose creature.

Naturalmente nessuno ci crede, ma, come in ogni leggenda, c’è sempre un fondo di verità.

Chi erano veramente il Minotauro di Creta? Chi erano i Centauri?

Lo scopriremo subito, ma prima entriamo nel mito.

 

 

 

La vera storia del  MINOTAURO

 

Conosciamo tutti la leggenda del Minotauro di Creta, ma, per chi l’avesse scordata, eccola, così come ci è stata tramandata dalla mitologia tradizionale.

Minosse, figlio di Giove, per legittimare il  suo diritto di successione al trono di Creta, chiese a Poseidone, Dio del Mare, una degna vittima da sacrificare durante la Cerimonia.

Dalle onde del mare, Poseidone fece emergere uno splendido toro bianco, così bello che Minosse volle tenerlo per sé e offrire in sacrificio, al suo posto, un toro comune.

Brutto affare, offendere la suscettibilità di una  Divinità: Poseidone, infatti, se la prese così tanto, che per vendicarsi dell’affronto, ne escogitò una davvero bella: scatenò in Pasifae, sposa di Minosse, (donna non propriamente fedele, come anche il marito, d’altronde), una passione contro natura per lo splendido animale.

Ah… questi popoli antichi!

Come fare per soddisfare l’insano desiderio?

Semplice! Ci pensò quel geniale di un architetto, ospite del Re, che allietava la corte con i suoi giocattoli meccanici.

Parlo del famoso Dedalo, noto a tutti.

L’ingegnoso artista trovò subito il sistema: costruì la sagoma di una mucca in cui fece sistemare quella pazza della Regina; la rivestì di pelle bovina e la fece porre in bella vista sul prato dove pascolava il bel Tauros. (questo il nome imposto allo splendido toro).

Quel che accadde, lo lasciamo all’immaginazione. Quello che accadde invece alla Regina dopo nove mesi, fu di mettere al mondo un bel bimbo con la testa di toro: il Minotauro, per l’appunto, a cui fu imposto il nome di Asterione.

L’increscioso fatto dispiacque così tanto a Minosse (cornificato già troppo spesso dalla moglie, ma mai prima con un toro) che impose a Dedalo di costruire un Labirinto in cui fece rinchiudere il Minotauro, la regina Pasifae e lo stesso Dedalo, che in seguito riuscì a fuggire, ma… quella è un’altra storia.

Il Minotauro era nutrito con carne umana, procurata dagli Ateniesi fino all’arrivo di un eroe di nome Teseo… ma anche questa è un’altra storia.

Interessante, invece, è sapere chi era davvero il Minotauro, tenendo presente che sul bacino Mediterraneo si affacciavano Popoli nella cui cultura era sempre presente il “culto del toro”: ricordiamo l’orientale Mitra, l’egiziano Hapy, ecc…

Già ai tempi di Plutarco, quella figura da “Sodomia”, era stata riscattata.

Il Minotauro, ossia Asterione, in realtà, era nato da una relazione tra la regina Pasifae e il bel Tauros, generale di re Minosse e atleta di tauromachia. (spettacolo con i tori)

Sempre di corna si trattava, ma non di corna animali!

Secondo questa più accettabile versione dei fatti, poco conosciuta perché non piccante come la prima e per questo meno capace di catturare quel “lato oscuro” che è sempre stato in ogni essere umano, Teseo combattè non con il mostruoso Minotauro, ma con suo padre Tauros e lo vinse in un regolare incontro.

Le leggende, soprattutto quelle nere e scabrose, sono lunghe a morire. Ecco perché oggi tutti conoscono il Minotauro, figlio di un toro, e ignorano Asterione, figlio di un atleta.

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